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7 aprile 2004

C' era una volta il tredici

L’ASCENSORE

di Enrico Maida

C’ era una volta il tredici

E così se n'è andata an­che la vecchia, cara schedina del Totocal­cio. La inventò un triestino geniale, Massimo Della Pergola, durante la guerra: era prigioniero, costruì quel­lo che sarebbe stato un rito per tanti italiani. Tre segni, 1 X e 2, per il sogno di cam­biare la vita e svegliarsi mi­lionari come il signor Bona­ventura. Un'idea cosi vale­va davvvero un mucchio di soldi: avrebbe potuto arric­chirlo anche senza azzec­care mai il fatidico tredici. Ma sul più bello, lo Stato, quello con la S maiuscola, decise di nazionalizzare quel gioco, che piaceva a tutti, vecchiette e sacerdoti compresi. Così - mentre in televisione sbucava Mike Bongiorno, che con Lascia o raddoppia? prometteva un superpremio di cinque milioni e centoventimila lire - la schedina, che all'inizio si chiamava Sisal, assunse la denominazione attuale, con grande soddisfazione del Ministero delle Finanze. E dello sport italiano che, grazie al Totocalcio, si è autofinanziato per mezzo se­colo con risultati, tutto som­mato, niente affatto disprezzabili. L'idea era stata di An­dreotti: dividere quella suc­culenta torta in parti più o meno uguali tra erario, Coni e scommettitori. Ce n'era per tutti, visto il successo del gioco più amato dagli italiani, che potevano vince­re avendo la garanzia di re­stare anonimi. Ed evitare, quindi, di fare la fine di quel­l'operaio meridionale, tra­volto dai parenti e dal fisco. Per mezzo secolo è stata una pacchia: lo Stato mun­geva, lo scommettitore pa­gava e i presidenti delle fe­derazioni sportive viaggia­vano sull'auto blu. Poi è cambiato tutto: credendo che il latte della mucca fos­se infinito, lo Stato s'è in­ventato nuovi giochi per tappare le falle di bilancio. Uno soprattutto, il Supere­nalotto, procurava vincite così alte da togliere ogni ap­peal ai giochi piu poveri. Tanto più che i sistemisti, si­gnori non meno geniali del vecchio Della Pergola, ave­vano ormai trovato il modo di rendere il tredici un tra­guardo facile, grazie ai be­nefici dell'informatica. Al re­sto hanno pensato i presi­denti del calcio, trasforman­do il campionato in una spe­cie di spezzatino: partite al sabato, alla domenica e perfino il lunedì, per non di­re di coppe e coppette, di anticipi e posticipi. La feb­bre del sabato sera, che aveva accompagnato il rito della compilazione della schedina, è diventata, stra­da facendo, un'influenza di stagione. Il montepremi ha preso a calare settimana dopo settimana e qualche auto blu è rimasta bloccata in garage per mancanza di benzina. A questo punto, lo Stato ha deciso di riprendersi il giocarello attraverso il Teso­ro (un nome, un program­ma). Un gruppo di cervello­ni, eredi di Della Pergola, si sono messi a studiare il mo­do di rilanciare la schedina. Ed è nato così il nuovo pro­dotto, come lo chiamano i cervelloni: capace, si spera, di restituire fascino a quello che una volta era il gioco più amato dagli italiani. Fare tredici non bastera più per cambiare la vita: adesso bi­sognerà indovinare i risulta­ti di quattordici partite, ma si potrà vincere un premio di consolazione anche sba­gliando tutto, cioè facendo zero. In più, si può vincere anche indovinando le prime nove partite, pagando però un modico sovrapprezzo. Insomma, le possibilità non mancano, ma come al solito sarà il campo a dire se il gioco incontrerà il favore degli scommettitori, già am­maliati da mille sirene. Il vecchio tredici, numero, sognato e temuto, va in pensione e diventa una consolazione, pensate un po'. Ci mancherà.

 

19/06/2003




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7 aprile 2004

Il dizionario dei contrari

BANANAS

di Marco Travaglio

06/04/2004  Il dizionario dei contrari

Nel suo nuovo spettacolo teatrale Sabina Guzzanti mette in scena un grande cimitero delle parole scom­parse, devitalizzate, svuotate del lo­ro significato. Un cimitero inevitabilmente incompleto,visto che or­mai di parole ne scompare una al giorno.-“Indipendente”. Un tempo si­gnificava non dipendente, cioè libe­ro. Ora, tutto il contrario. Merito di Giordano Bruno Guerri, sedicen­te <> e <<futurista>>, che per rilanciare il quotidiano "L'Indipendente" ha pensato bene di organizzare una cena di gala con il presidente e il vicepresidente del Consiglio, scortati da uno squadro­ne di ministri, viceministri, porta­voce, portaborse, sottopancia, mez­zibusti, mezzeveline, tutti ovvia­mente anarchici della scuola carra­rese e futuristi marinettiani. Più Ve­spa, Polito e Velardi, che ormai si portano su tutto. "L'Indipendente" fa capo a un editore che più indi­pendente non si può: l'on. Italo Bocchino di An, quello di Telekom Serbia, associato a Gianni Pilo, il Pilo delle Libertà. Forse, magari, era meglio "Il Dipendente". Poi pe­rò uno pensa che il giornale di Fel­tri si chiama "Libero", e i conti tor­nano alla perfezione: in un altro paese si chiamerebbe "Occupato". - "Crisi". Un tempo, se uno era in crisi, non se la passava tanto be­ne. L'ultimo posto dove pensava di andare era una gioielleria: al massi­mo passava al monte di pietà, per impegnarsi qualcosa. L'altro gior­no il presidente del Consiglio è entrato in una gioielleria di Milano per acquistare l'orologio d'oro più costoso, roba da 8 mila euro: <<E’ cosi -ha spiegato - che si batte la crisi>>. Ecco. Chi non arriva alla fine del mese ora sa che deve fare. - "Ladrone". Un tempo era un grosso ladro, tipo i quaranta di Alì Babà. Dirlo a qualcuno significava insultarlo. Demonizzarlo. Poi Ber­lusconi disse che tutti i politici so­no dei ladroni, salvo -si capisce- lui e i suoi cari. E ladrone diventò im­provvisamente un complimento: d'altronde Berlusconi non demo­nizza mai, non odia mai. Lui è l'amore, la sinistra è l'odio. Se inve­ce i leghisti dicono <na>>, cosa che fanno da vent'anni, allora non si può: ladrone, in bocca ai leghisti, torna a essere un insulto. E Publio Fiori, già membro della pia confraternita P2, li espelle in blocco. Mica si chiamano Berlusco­ni. -"Moralità". L'ha invocata l'al­tro giorno il ministro Tremonti, per spiegare il no al decreto spalma­debiti o salvacalcio. <lo fare­mo: abbiamo un barlume di morali­tà>>, ha spiegato a Ballarò il ministro dell'Economia, senza, peraltro spiegare se il premier che l'aveva inizialmente caldeggiato sia immo­rale. E soprattutto senza spiegare in base a quale concetto di moralità egli abbia potuto varare 12 condo­ni, lo scudo fiscale per il rimpatrio dei capitali sporchi, la depenalizza­zione del falso in bilancio e altri capolavori di etica. Il dibattito e aperto.

 

Tratto da “L’ Unità”

www.unita.it




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7 aprile 2004

Poco Urbani

Fronte Del Video

di Maria Novella Oppo del 06/04/2004

Poco Urbani

Una interessante puntata di "Report" ci ha spiegato come il cinema italiano, se prima era assistito, oggi, sotto il governo del padrone dells tv, è infeudato alla tv. E, anzichè eesere incoraggiato dallo Stato a scoprire nuovi talenti, premia il peggio. Il ministro Urbani però è molto soddiafatto di come vanno le cose, forse perchè è felice in amore. Infatti è risultato che la sua fidanzata è un'attrice che lavora nel cinema a riceve dalla apposita commissione finanziamenti rapidi e generosi. Generosità già denunciata da Vittorio Sgarbi prima di abban­donare il Ministero dei Beni culturali. Ma la cosa più sorprendente, nel programma di Milena Gabanelli, è stato sentire Gabriella Carlucci esprimere sulla faccenda idee chiare e precise quanto Sgarbi. E siccome della Carlucci, come supervalletta riciclata in Forza Italia, non abbiamo mai avuto una grande opinione, ci sentiamo ora in dovere di dire che magari sbagliavamo. Forza perchè donna, forse perchè del ramo, la Carlucci ha dimostrato coraggio a criticare in tv un ministro del suo stesso partito. Sempre che ora, di fronte alle minacce e alle querele dell'interessato, non rinneghi tutto. Del resto questo governo è talmente pessimo che chiunque potrebbe far meglio. Tutto il potere alle Veline!

 

Tratto da "L'Unità"

www.unita.it




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5 aprile 2004

Vitello Grasso e i suoi amici

Ferrara e i suoi amici sono grandi e potenti

ma rideremo di loro

di Maria Novella Oppo

 

Un trionfo di Benigni: è stata questa la  profezia annunciata da Pippo Baudo al tg prima che  l’ultima serata del Festival cominciasse. Perché anche il festival, come la musica, è finito. Gli amici se ne vanno, i nemici non sono neanche venuti. Erano solo minacce, ha detto il giovane dj Diaco, che ha cercato di farsi odiare in cambio di un po’ di popolarità. Ma i cretini non si odiano, al massimo si qualificano. Invece quelli intelligenti, come Giuliano Ferrara, è meglio non odiarli perché sono cattivi e sanno odiare molto meglio di noi. Sanno odiare anche a padrone. Ma per noi che non abbiamo padrone, meglio ridere con Benigni, un giullare tutto nostro, che Berlusconi non si può permettere e noi sì. Tiè! Il padrone di quasi tutto, se vuole un giullare, si deve accontentare di Giuliano Ferrara. O, al massimo, di Umberto Bossi. Comunque, tra una bufala e l’altra, il Festival ci ha fregato anche quest’anno. Ci ha fregato una settimana di tempo e in cambio ci ha raccontato le sue frottole,  cominciate come canzoni e finite in politica, in un Paese dove niente è troppo leggero per non diventare pesante. Al momento in cui scriviamo ancora non sappiamo chi ha vinto la gara canora (Alexia o Matia Bazar?), ma è davvero irrilevante. Questa non è più una vera gara, per assurda che sia, ma un immenso costosissimo spot che non serve neppure a vendere il prodotto. La lezione storica dei Jalisse è bastata a far capire che con le giurie demoscopiche non vince chi è più bravo, e neppure chi piace di più al grande pubblico, ma chi ha la media di minor sgradimento. Quello che prende più 6 e non quello che prende più 10. È la matematica, baby e tu non puoi farci niente. E matematica, cioè scienza numerica e musicale è anche la comicità omerica, pardon dantesca, di Roberto Benigni, piccolo genio indiavolato che potrebbe insegnare a Giuliano Ferrara non a ridere, che è un dono, ma a rispettare quelli che sanno ridere. Arrivato alle 10.30 ballando, Benigni ha subito chiarito tutto: «Sono qua per un atto d’amore, perché i comici sono zuppi d’amore». Ma subito dopo è passato a dire la parola oscena: «Silvio Berlusconi!». Per passare poi al pisello di Baudo, protagonista dell’intero festival. Ma per mirare al vero obiettivo: i capelli. E rivelare: «I capelli sono veri, è il pisello che è finto!». E via con parabole e poesia, battute e visioni. E Baudo, violato per l’ennesima volta, ha fatto da spalla onorevole. Lui che, da buon vecchio democristiano, ha nel dna la capacità di raccontare al paese com’è, fino quasi a convincerlo. «Questo festival, se dura da mezzo secolo una ragione ce l’ha», ha detto. Una verità autorivelantesi, di cui siamo tutti testimoni e complici, anche noi della stampa che ne parliamo magari male, malissimo, ma sempre troppo. E comunque un bravo, anzi brava particolare va a Simona Ventura che, arrivata all’Ariston nell’ultima sera, con abile mossa femminista, ha vallettizzato l’inerte Giorgino dicendo di lui: «Guardate qui che bel camerierino!». E bravi anche Maurizio Crozza, meraviglioso Pavarotti, e Gene Gnocchi inviato nel trash festivaliero di ieri, oggi e domani.




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5 aprile 2004

Il digitale terrestre

Parte il digitale terrestre.

Per non andare da nessuna parte.

di Maria Novella Oppo del 03/01/2004

 

Cinquant’anni fa il primo vagito di monoscopio. Oggi, anzi ieri mattina alle 11, nella antica sede Rai di Milano, la replica in forma di farsa padana. Cioè l’annuncio del digitale terrestre. Negli Studi della Fiera arriva impavida, per la maschia cerimonia, la pattuglia bossiana. Il boss in testa e, attorno, miliziani in formazione compatta per occupare ogni centimetro della sede milanese della fu Radiotelevisione italiana, oggi padanizzata al 100%, cioè praticamente allo zero infinito. Gli uomini della casa si fanno modestamente da parte attorno all’uomo dal fazzoletto verde su rigato scuro, tenuta molto usata, ai suoi tempi, da Al Capone per altri tipi di cerimonia. All’ingresso, il ministro Castelli, attorniato da nuche prone, sta dettando alle stampe il suo proclama quotidiano: «Prodi dovrebbe avere più stile...». Ma è polemica del giorno prima, mentre oggi si fa la storia. Non per niente avanza nel corridoio anche il ministro Gasparri che, tra tanti leghisti e lumbard al cento per cento, per un attimo sembra acquistare statura internazionale. Poi comincia a parlare e l’impressione ratto svanisce. Nello studio televisivo, sullo sfondo di una avveniristica scenografia digitale terrestre (praticamente una parete di video accesi che ormai non mancano nemmeno in uno sudio dentistico), al centro un tavolo al quale siedono Gasparri in quanto ministro, Cattaneo in quanto direttore generale della Rai e Angelo Maria Petroni in quanto rappresentante del consiglio di amministrazione Rai. Di fronte a loro, nella prima fila di una piccola ma grande platea, stanno i ministri leghisti in carica (o aspiranti tali), esponenti di un popolo immaginario ma non per questo meno attento alla lottizzazione e alla spartizione.  In seconda fila qualche generale dei carabinieri, qualche oscuro rappresentante delle autorità locali e nemmeno un prete! Qualcuno si è dimenticato di avvertire le autorità religiose, che stavolta non hanno potuto dare la loro benedizione, come non mancava di succedere in tutte le peggiori intraprese del Novecento. Per fortuna nelle retrovie, a fare da testimoni alla storica impresa di Maurizio Gasparri (il triplo salto digitale terrestre) una fitta schiera di giornalisti, armati di taccuino ma non dotati di parola. Alla fine, infatti, saranno tutti dispersi senza nemmeno l’uso della forza pubblica: al posto dei tre squilli di tromba, basta il buffet. Ma torniamo a bomba, cioè a Gasparri e alla breve diretta tv che ha dato l’annuncio: il digitale terrestre, nessuno se n’era accorto, ma già c’era, quindi c’è, anzi fu. Siccome immobile. Ma già dotato di ampi stanziamenti pubblici: il comune cittadino che ne sentisse improrogabile necessità, può accedere a 150 euro di bonus (o malus che è lo stesso) per dotarsi di decoder di stato (110 milioni di euro stanziati in finanziaria!). Il 50% della popolazione, senza neppure saperlo, è stato raggiunto dal segnale e crescerà nell’anno in corso fino a diventare il 70%. A che scopo? «Per entrare nel futuro». A che fare? «Per fare un salto nel futuro». E che cosa c’è nel futuro? «Il digitale terrestre». Tutto chiarissimo ma, se ce ne fosse bisogno, un’altra fondamentale delucidazione la dà il dg Cattaneo: «Siamo passati dall’era della tv-oggetto all’era della tv strumento». Da ciò quel poco o tanto di esaltazione che, confessiamolo, sentiamo tutti in questi giorni, appena accendiamo la tv. Sembra di guardare le solite schifezze, invece è già futuro e aurora di digitale terrestre. Ma, per restare terra terra, noi comuni utenti, se ci tireranno dietro un decoder semigratuito, potremo presto vedere, oltre ad alcuni canali satellitari, Rai Doc e Rai Utile. Il primo dedicato all’offerta culturale (cioè praticamente inutile) e l’altro ai servizi come meteo, viaggi, protezione civile, salute e consumi, tutti declinabili anche su base locale. E questo a uso e consumo della Lega, che non vede a un palmo dal suo naso padano. A meno che non ci sia da succhiare sangue, anzi latte europeo. Alla festa del Gasparri terrestre mancava però un sacco di gente (dalla presidente Annunziata, a tanti che hanno fatto la storia della Rai; un nome soltanto: Enzo Biagi). L’abbiamo fatto notare, dopo l’augusta cerimonia in diretta, a Cattaneo che ha risposto tranquillo: «Abbiamo invitato tutti... Non sono venuti». Ancora più sereno e rispettoso delle istituzioni, il leghista Calderoli, che ha annunciato: «Alla faccia delle opposizioni, del Colle e della Annunziata, è partito il digitale terrestre». E chissà dove è andato.

 




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5 aprile 2004

Povero Adornato!

Povero Adornato, che brutto giorno in tv.

di Maria Novella Oppo

 

Chi sono i milioni di persone arrivati a Roma con le loro bandiere rosse? La tv ce li ha fatti vedere, ma la radio ce li ha fatti conoscere. Fin dalla sera precedente, infatti, Radiopopolare è stata collegata in diretta coi treni e coi pullman in viaggio. Al mattino è arrivato anche Gr Parlamento (Radio Rai), insieme alla Sette, che ci ha mostrato l’arrivo dei treni, l’alba di una giornata che si riempiva, come la città, di persone e di idee. In studio Carmine Fotia, a tenere le fila dei collegamenti, spesso interrompendo gli inviati per dare la linea a chi non era pronto a prenderla. Insomma, il meglio e il peggio della diretta, che convivono sempre, come è successo del resto, dalle 11,30 in poi, anche a Mannoni, su Raitre. Le due reti hanno affrontato la cronaca in maniera analoga, come avevano fatto per la manifestazione dell’Ulivo, perfino con gli stessi ospiti in studio. Su Raitre Marcello Veneziani e Miriam Mafai; sulla Sette un palchetto pieno soprattutto di Giuliano Ferrara, ma anche di sindacalisti e politici (da Adornato a Tajani, da Curzi ad Alemanno). Alle 10 ecco dalla strada Nanni Moretti, che sorride rispondendo a una domanda impropria: «Ci mancherebbe  altro che mi mettessi a dare consigli a Sergio Cofferati!». Entra così in scena, anzi in video (ore 10,10) il protagonista, il segretario generale della  Cgil, filmato di primo mattino, per strada, tra la folla, chiamato e molto amato. «Emozionato?» gli chiede una voce collegata a una mano con microfono. E lui, imperturbabile: «Moltissimo». Alle 10, 23 arriva in studio Ferdinando Adornato, pronto a fare il sunto del suo articolo sul «Giornale». Ricorda una «stagione antica», quella degli anni 70, quando la sinistra non scendeva in piazza con Lotta continua o Avanguardia operaia. Ora invece, dice, non c’è una diga a sinistra e «si crea un clima nel quale le pallottole possono avere un corso». Dal luogo del delitto, pardon della manifestazione, Massimo Brutti sottolinea invece il clima sereno e fermo di una giornata contro il terrorismo e in difesa dei diritti dei lavoratori. Alle 10,40 parla D’Alema: «Il terrorismo è contro tutti gli italiani. E’ un grave errore strumentalizzarlo a fini di parte». Alle 10, 45 entrano in scena Sabrina Ferilli e Massimo Ghini, la stessa coppia che intanto su Raiuno è protagonista di un incontro d’amore per fiction («Commesse»). Alle 11 Agnoletto prende clamorosamente le distanze da Casarini e dalla tesi dell’omicidio di stato: «Noi non sappiamo chi ha sparato. Sappiamo che l’omicidio di Marco Biagi è contro le lotte sociali». In studio ci si accapiglia sull’articolo 18, considerato «marginale» proprio da quelli che lo vogliono  assolutamente modificare. Adornato, che conosce i segni dell’antica fiamma, comincia a entusiasmarsi per la manifestazione, «prova evidente che in Italia non c’è regime, basta guardarsi intorno, come ha detto anche D’Alema». Mussi dalla piazza lo spiazza: «E’ bello che un esponente del centro destra dica che la democrazia è forte perché il sindacato è forte!». Alle 11, 30 comincia la diretta di Raitre. E finalmente i potenti mezzi della Rai aprono la vista dall’alto sulla immensità della folla, sulla meraviglia della città, sulla marea che incalza. Girano le pale dell’elicottero su un pianeta rosso che, dal basso, ritorna ad essere composto da cappellini e fazzoletti dotati di occhi e voci, pronte a spiegare senza incertezza perché sono in tanti. Ma a Marcello Veneziani non interessano le ragioni dei tanti. E decreta: «L’articolo 18 è un feticcio. Per la discesa in campo di Cofferati si devono preoccupare più D’Alema e Fassino che Berlusconi». Intanto alle 11,55 sulla Sette c’è anche Giuliano Ferrara e la destra televisiva si muove intelligentemente a tenaglia su una rete e sull’altra. Alle 12 Piovani suona al pianoforte per il più grande auditorio mai visto. La musica, amplificata da mille mezzi impropri e imprecisi, vibra nel cuore di Miriam Mafai, che si commuove. Alle 12, 45 va in onda registrata la cacofonica dichiarazione di Pezzotta: «E’ una manifestazione di parte e le manifestazioni di parte non portano da nessuna parte».  Alle 12, 17 Alan Friedman, marziano a Roma, dice che non capisce tutta questa agitazione. Miriam Mafai replica a Pezzotta: «E’ una manifestazione non di parte, ma di una parte». La distinzione cade a ridosso del minuto di silenzio che precede Cofferati. Occhi, manco a dirlo, stretti sotto il sole, tono pacato, cravatta rossa, nessuna concessione alla retorica, argomenti che man mano occupano tutto il video. Ferrara in studio critica duramente le prime frasi sul terrorismo: «Cofferati deve  dire ai suoi che è stato colpito un uomo che si batteva contro di loro, non un neutro servitore dello stato». Veneziani, sull’altra rete, è in sintonia. Alle 13,45, a comizio finito, riprende il dibattito in studio. Adornato è felice, bontà sua, per la bella  manifestazione, ma molto preoccupato per il discorso di Cofferati, che non gli ha dato retta neanche un po’. Ferrara lo colpisce nel fianco: «A me invece non è piaciuto il discorso di Berlusconi. Non si parla così dopo un morto». Tajani minimizza: «Ho sentito molta propaganda e non mi sembrano 3 milioni». Tra la folla che sfolla Giuliano Giuliani dichiara commosso: «Sono convinto che qui ci sia anche un pezzo di mio figlio».




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5 aprile 2004

Le perle di Silvio

Le perle di Silvio

di Bruno Ugolini 04/04/2004

 

E’ stato possibile ascoltare ieri, via radio radicale, la viva voce del presidente del Consiglio, intento trascinare nella campagna elettorale gli imprenditori della Confindustria, riuniti a Milano. Una presa diretta col Grande Comunicatore, capace di rompere la cortina del silenzio messa in atto dai Mass media, come tutti sanno in mano comunista. Per testimoniare questa orribile cappa di piombo ha detto testualmente:

- “Basta leggete l’Unità almeno una volta al mese”.

E a proposito dei litigi con il suo vice Gianfranco Fini.

- “Fatemi avere oltre il 50 per cento dei voti. Io con me stesso non ho mai litigato”.

Ha poi dato dei “tacchini” a tutti i parlamentari italiani, nessuno escluso perché non sarebbero disposti a ridurre il numero dei parlamentari:

- “E’ come chiedere ai tacchini di anticipare la Festa del Natale”.

Una definizione degli attuali istituti, perno della democrazia parlamentare:

- “Strutture da Stato Borbonico”.

Un giudizio cortese, sul Parlamento europeo, reo di aver criticato in un documento l’attuale stato delle libertà in Italia

- “Il Parlamento europeo si è completamente squalificato”.

La conclusione da Bar Sport:

- “Il Milan continua a vincere e a farvi divertire. Ho intenzione di far vincere questo governo e farvi divertire”.

Morale di un ascoltatore: riderà bene chi riderà ultimo.

 

Tratto da "L' Unità"

www.unita.it




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5 aprile 2004

Tagli

Fronte Del Video

di Maria Novella Oppo del 04/04/2004

Tagli

Abbiamo visto ieri nei tg una gigantesca rappresentanza dei 16.300.000 pensionati italiani invadere Roma. Abbiamo visto le loro facce non liftate e abbiamo sentito le loro voci decise. Fassino li ha definiti «la parte migliore di questo Paese», quelli che hanno dato tutto e hanno lavorato per fare dell'Italia uno dei posti migliori dove poter vivere, almeno finché il governo Berlusconi non riuscirà a portarci nelle classifiche degli ultimi. I pensionati sono quelli che ora riscuotono una media di 965 euro al mese, mentre il 27 % di loro prende meno di 500 euro. Ed è di queste persone che parlano quanti sostengono la necessità di un taglio delle pensioni destinato a cancellare lo scandaloso privilegio di sopravvivere. Ma, subito dopo averci fatto sentire gli anziani raccontare la fatica di arrivare a fine mese, i tg ci hanno mostrato Berlusconi che, parlando agli industriali, si vantava di aver abolito le tasse di successione sui patrimoni miliardari e il falso in bilancio. Per dire a che punto di spudoratezza può arrivare un uomo che, dopo essersi abbuonato miliardi, è capace di sostenere che i pensionati ci costano troppo. Se c'è qualcosa da tagliare in questo Paese è il costo insopportabile del governo Berlusconi.

 

Tratto da "L' Unità"

www.unita.it




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4 aprile 2004

Velone in pantaloni

Fronte Del Video

di Maria Novello Oppo 19/06/2003

Velone in pantaloni

Infuria il cabaret anche in versione estiva. E non stiamo parlando della deposizione di Silvio Berlusconi, perché quello è avanspettacolo (e oltretutto in replica. A presentare novità in piena calura sono invece Antonio Ricci con le sue Velone e Serena Dandini con BRA, che sta per Braccia rubate all'agricoltura (e qui ci viene in mente Umberto Bossi). Nella collocazione di Striscia sfilano alcune vecchiette disinibite, tra le quali una ha cantato un ritornello con questa pregevole rima: «A Berlusconi cascano i pantaloni». Al conduttore che le chiedeva il perché di tale strano fenomeno, la signora ha spiegata: «Perché ha le tasche troppo piene». Grandi risate in piazza, mentre a Raitre, sotto la direzione artistica della Dandini, la sfida avviene nel clima più raccolto del teatro. Pure qui ci sono delle anziane scatenate (anche sessualmente), ma sono finte. Mentre Raffaella Carrà compie davvero i suoi sessanta incredibili anni e viene celebrata dalla nazione televi­siva per la sua splendida tenuta. Non altrettanto si può dire delle nuove generazioni, almeno a giudicare da Sonia Grey, che ieri, credendosi fuori onda, è fuggita dal set di Uno mattina chiedendo del bagno. Neppure Luca Giurato aveva osato tanto.

 

Tratto da “L’ Unità”

www.unita.it




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4 aprile 2004

Uomo di parola, falsa

Fronte Del Video

di Maria Novella Oppo 12/06/2003

Uomo di parola, falsa

Interessante puntata di Porta a porta dedicata all’ economia. Dal referendum sull'art. 18 alle pensioni, è stato tutto un distinguersi e dividersi anche tra alleati di centrosinistra. Ovvio che Bruno Vespa mesta­va simpaticamente nel torbido, tanto per fare spettacolo, senza dimentica­rsi ogni tanto di togliere la parola di bocca all'opposizione per darla ai signori del governo, che ne hanno bisogno per diffondere il Verbo berlu­sconiano: tutto va bene, e potrebbe anche andare meglio, se non fosse per i comunisti che boicottano. Aleggiava sulla serata il fantasma del ministro Trebuchi, ma c'era il capo degli industriali D'Amato, instancabile nel difendere i lavoratori dai sindacalisti che vorrebbero danneggiarli. Per esempio impedendo loro di approfittare delle eccezionali offerte e svendi­te di lavori mobili, smontabili, retrattili. Uno si impiega il lunedì come elettronico e il venerdì si ritrova muratore a giornata, per andare in pensione a 75 anni come trapezista da circo. Sono cose pensate per favorire le nuove generazioni, perché i signori del governo giurano sul­l'onore altrui che i diritti acquisiti non si toccano. Parola di Berlusconi, un uomo che ha una parola sola ed è falsa pure quella.

 

Tratto da “L’ Unità”

www.unita.it




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